Che cosa significa occuparci e impegnarci su un sentiero spirituale o vivere una vita realmente non ordinaria?
Come sappiamo, il significato muta insieme al nostro cambiamento, alla comprensione sempre più profonda di noi stessi e della Realtà.
Abbiamo dedicato del tempo a indagare quali sono i motivi che ci spingono a impegnarci nel Lavoro interiore, a fare pratica per risvegliarci e scoprire la verità su noi stessi e sulla Realtà. Abbiamo visto che il Lavoro richiede sforzo, dedizione e consenso, e molti non sono assolutamente motivati a praticare. I più non sono inclini a curare la qualità della propria cosxienza, perché non pensano che costituisca un problema, o che sia possibile fare qualcosa in proposito. La loro attenzione è catturata verso l’esterno: gli altri, le attività e le situazioni della vita, dove pensano di trovare quel che cercano. Questi aspetti non vanno mai biasimati o giudicati come negativi, poiché ad ognuno è data la possibilità di scegliere della propria vita; si aspira a conoscere se stessi quando le condizioni sono davvero mature.
A un certo punto, avviene una svolta interiore e sviluppiamo interesse per il Lavoro spirituale, sorge in noi il desiderio di praticare. Al principio, la motivazione è molto incentrata sull’io e sui suoi bisogni: è inevitabile, perché il senso di ciò che siamo si basa ancora su di esso. È perfettamente normale e naturale, per chiunque. Poi, con lo sviluppo e la maturazione della pratica, con una maggiore comprensione della Realtà, cominciamo a sperimentare una motivazione sempre meno egocentrica. Allora la pratica comincia ad esprimere Amore, Dignità, Compassione, Gentilezza, Valore, Servizio, capacità di donare e generosità. In noi si manifestano queste virtù perché siamo orientati sempre più verso l’assenza di competitività egoica, siamo aperti ad uno stato vivo, vero e impersonale.
Evolvendo ulteriormente, la motivazione a praticare è trascesa del tutto. Non ne abbiamo più bisogno. Ciò non vuol dire che Amore, Compassione e Servizio siano inutili: significa che la pratica non dipende più da una motivazione, non è subordinata ad essa, egoistica o altruistica che sia. D’altro canto, è bene considerare che “la pratica non è per la Realizzazione, ma è la Realizzazione”.
Questa è la nostra sfida all’idea convenzionale di praticare per diventare esseri risvegliati e illuminati. Se lo facciamo con l’intenzione di raggiungere la Realizzazione, abbiamo in mente uno scopo, un obiettivo. Ci sentiamo motivati a continuare, davanti a noi vediamo un particolare risultato che ci invita a procedere in una certa direzione. Ma comprendere che la pratica è già Realizzazione ci mostra la follia di pensare che il Lavoro non è un fine, ma un modo d’Essere, uno stile di Vita con cui fare esperienza della Realtà.
La Realizzazione qui intesa, è lo stato impersonale che ogni uomo e donna cosxiente sperimenta nel mentre partecipa consapevolmente alla Realtà, risvegliandone la Creazione.