Il riscatto delle vittorie spirituali, quasi inevitabilmente, passa attraverso la sofferenza; ma anche qui tutto dipende dalla qualità della sofferenza o, potremmo dire, da ciò di cui si alimenta la sofferenza che non è mai vissuta per scelta, ma di norma è subita inconsapevolmente.
Quando un individuo recide la sua schiavitù dalla società (famiglia, stato, religione) e dal ritmo istintivo e ciclico della sua partecipazione alla natura, oppure quando egli non dà più la priorità allo sviluppo della mente e del potere sociale, dell’apparire, del prestigio, della fama e del benessere richiesto in una società competitiva, inconsapevole del danno che farà all’armonia naturale e al ritmo costante delle sue funzioni biologiche, della sua mente, delle sue emozioni e delle spinte emotive, egli inevitabilmente provoca sofferenza a se stesso e al mondo in cui vive. La sofferenza può essere alimentata da una volontà di vittoria sul dominio dell’ego, o da un’ostinata decisione da parte della personalità di ottenere il controllo su qualsiasi cosa sfidi il suo potere (illusorio), o persino da un sentimento di disfatta ed impotenza, che in qualche caso può rivoltarsi in una volontà semicosciente di distruzione volontaria, oppure in un desiderio inconsapevole di distruzione involontaria.
Dobbiamo imparare a distinguere tra la sofferenza consapevole e il dolore funzionale, dettato dall’infrangere inconsapevolmente le leggi dell’Armonia. Con la sofferenza, in particolare se scelta come atto trasformativo, l’uomo raggiunge un altro livello di sensazione, perché soffrire implica una cosxienza più o meno individualizzata del dolore – non solo percepita fisicamente, ma del dolore emozionale riferito alla propria idealizzazione, ai desideri personali, agli obiettivi, alle aspettative e alle pretese di ottenere o essere altro da ciò che si è.
Nel nostro Universo, ogni transizione tra due stati genera attrito e nell’uomo questo scontro di forze è vissuto come sofferenza, e questo è perseverante quando la paura di essere sopraffatti, l’attaccamento al passato, la sfiducia nelle proprie capacità o l’ansia esuberante di primeggiare, creano tensioni, conflittualità interiori o false aspettative.
Questi processi, nel Lavoro di conoscenza di sé, se utilizzati come esperienze trasformative, sono di gran lunga il sale necessario all’agricoltura celeste, altrimenti questa sofferenza non solo è inutile ma per sua natura si ripete all’infinito.
Colui che sceglie la via dell’Essere deve sempre essere pronto ad accettare l’imprevisto, così come saper accogliere il miracoloso: bisogna aver fede. La fede è l’insindacabile ed intuitiva sensazione, anche se intellettivamente inspiegabile, che ci fa realizzare di essere circondati da un’infinita Possibilità in cui tutto è come deve essere.
La maggior parte delle persone è sorda al richiamo dello Spirito, è ristretta e rifiuta di sentire e di vedere, talmente coinvolta nella frenetica agitazione di superficie, generatrice di paure, tra cui la falsa credenza masochistica che il mondo sia uno scenario di crudeltà e sofferenza.